Cara Unione Europea

Financial Times dell'11 maggio 2016Cara Unione Europea,

questo è un momento decisivo per mettere fine ai minerali dei conflitti.

Ad oggi i cittadini europei non possono essere sicuri che gli smartphone, le auto o gli altri prodotti hi-tech acquistati non siano stati fabbricati usando minerali associabili a violazioni dei diritti umani. Per affrontare questa questione, nel 2014 è stata proposta una legge europea sui minerali dei conflitti, ed attualmente siamo alle negoziazioni finali. In questo cruciale momento, gli stati europei devono dimostrare ai loro cittadini di sostenere una regolamentazione obbligatoria su tutta la filiera produttiva dei minerali dei conflitti. Il requisito vincolante è fondamentale per una legge che possa fare la differenza per le persone che vivono nelle aree di conflitto e per dare garanzie ai cittadini europei! Continua a leggere

La speranza del Kivu

6 marzo 2014, conferenza “Africa, sfida decisiva per il nostro futuro” al Centro Internazionale Malaguzzi. A una precisa domanda di Donata sulla situazione in Kivu, Romano Prodi risponde: “Non c’è niente da fare, non c’è nessuna speranza”.
Rimango agghiacciato: il mio cuore si ribella a questa conclusione, ma non trovo le parole per ribattere. Continua a leggere

Donne nella Repubblica Democratica del Congo

Donne come tutte, con la voglia d’esser belle e un sogno d’amore in cuore.
Donne per la vita, che portano sulla schiena, fiere, i loro figli.
Donne che non mangiano per dar loro da mangiare.
Donne che si vestono a brandelli pur di mandarli a scuola.
Donne che occupate della vita credevano che la guerra fosse un affare d’uomini.
Donne trafitte dal kalashnikov mentre ancora si domandavano perché.
Donne violentate come un giardino calpestato.
Donne impietrite d’essere violentate davanti al marito, ai figli, ai suoceri.
Donne il cui sguardo non si leva più da terra.
Donne il cui grembo è diventato campo di guerra, devastato come le capanne in fiamme. Continua a leggere

Il popolo congolese non si rassegna

Siamo qui perché il popolo congolese non si rassegna a morire, come farebbe comodo a tanti. Non si rassegna a subire, come tanti vorrebbero. Non si rassegna a tacere, come tanti cercano di imporgli.
Tacere di che? Sopportare che cosa? Morire perché? Secondo i calcoli di International Rescue Committee, dal 1998 ad oggi sono otto milioni e quattrocentomila le persone che sono morte per la guerra nella Repubblica Democratica del Congo, particolarmente nella sua parte orientale.
Morte di uccisioni, morte di stenti nelle foreste o campi di rifugio, morte di mancanza di cure, morte di AIDS perché infettate da eserciti aggressori, morte anche prima di nascere per gli aborti causati dallo scoppio improvviso delle bombe. Migliaia di bambini sono orfani, cresciuti nel terrore, talora arruolati a forza, privati di scuola. Continua a leggere